Una decisione di certo non facile, ancora meno se presa a soli 26 anni. Una decisione ufficializzando la quale non è riuscita a trattenere le naturali lacrime che di certo sono comparse anche sui volti di chi la conosce e non può che apprezzarla sia come ragazza che come atleta.

Caterina Cialfi ha detto addio al volley al termine di Gara 2 del primo turno dei playoff promozione di serie A2, ha detto addio con la maglia della Tecnoteam Albese con Cassano dopo una carriera meravigliosa, sempre ai massimi livelli tra A1, A2 e qualche apparizione in B1.

Impossibile per Cate continuare a conciliare allenamenti, partite e il lavoro che la vede specializzanda in medicina di emergenza-urgenza all’Ospedale Sacco di Milano.

Cate è sempre stata abituata a dare tutta se stessa, ad affrontare pallavolo, studio e ora lavoro in modo estremamente professionale.
Proseguire sul doppio binario pallavolo-lavoro avrebbe significato forse dover considerare l’uno o l’altra in modo “minore” e allora Cate ha fatto la sua scelta che, oltreché naturalmente rispettata, va applaudita.

Di certo la pallavolo perde due mani d’oro ma la medicina trova una Dottoressa di altissimo livello di cui certamente sentiremo parlare.

Caterina ha conosciuto la pallavolo a 14 anni proprio qui, alla Pro Patria Milano. Le sue qualità sono subito evidenti tanto che già nel 2012/2013 debutta in A1 con la maglia della Yamamay Busto Arsizio. Passa poi a Vicenza in A2 per poi tornare a Busto sempre sponda Yamamay.

Dal 2017 passa alla Futura Giovani in B, sale subito in A2 e ne diventa il capitano prima si scendere di nuovo in B1 alla Tecnoteam per portarla in A2 e alla successiva salvezza di questa stagione.

E allora eccola, Caterina.
Prima di tutto complimenti per la brillante carriera. Riavvolgiamo il nastro: cosa ti spinse a scegliere la pallavolo?
«Ad essere sincera io volevo giocare a calcio o a basket ma erano sport ancora considerati troppo “maschili”. Mamma Silvana mi propose di provare con la pallavolo in oratorio, pagò la quota ma mi allenai per due settimane e mollai! Non mi piaceva proprio! Provai il baseball per due anni e infine il lungo giro tra i vari sporto mi riportò alla pallavolo sempre all’oratorio. Al secondo “tentativo” con il volley avevo 13 anni, ero più coordinata, ero diventata più alta e questa volta mi piacque».

Cosa ti spinse a scegliere la Pro Patria?
«Dopo qualche mese in oratorio mi resi conto di avere qualcosa in più rispetto alle mie compagne e nacque il desiderio di confrontarmi con una situazione “più competitiva”. La Pro Patria era vicina a casa e così andai a “provare”, come si dice, con Marco Manara. Mi allenai per qualche settimana e mi spostarono con l’Under 14 Eccellenza con Sonia Signoria. Da qui è iniziato il mio percorso pallavolistico».

Quale e come è stato questo percorso negli anni successivi?
«Ricapitolando, ho iniziato a 13 anni in oratorio, a 14 anni ero in Pro Patria come centrale (tutto era partito dal fatto che in oratorio ero la più alta, quindi mi avevano messa li in mezzo). Finita l’Under 14 mi hanno proposto di cambiare ruolo (a farlo fu proprio colui che poi è diventato mio
marito, Alessio Trombetta) e diventare palleggiatore. Non mi piaceva per niente come ruolo, perché diventare palleggiatore a 15 anni non era semplicissimo. Poi ho capito che non mi si addiceva altro ruolo se non questo perché, lo ammetto, sono un pochino egocentrica (scherzo ovviamente, o forse no). Ho continuato in Pro fino ai 17 anni quando c’è stato l’accordo societario
con la Yamamay Busto Arsizio e sono andata a finire gli anni di giovanile lì. Quello è stato un anno fortunato per me, oltre all’Under 18 giocavamo anche in B1. Poi si infortunò la palleggiatrice titolare dell’A1 e per parecchi mesi mi allenai e andai in panchina con la serie A. E’ stato un anno fantastico perché capii finalmente cosa significava essere professionista ed allenarmi tutti i giorni con le migliori: era un sogno. Finito il giovanile sono andata a giocare a Vicenza in A2, dove sono stata per 2 anni, ho conquistato la promozione in A1. Quindi sono ritornata a Busto Arsizio, dove ho giocato per altri 2 anni in A1. Poi ho deciso, come si dice, di “mollare” un po’ con la pallavolo per dedicarmi allo studio e sono andata in B2 sempre a Busto Arsizio ma alla Futura Giovani: L’anno dopo è stata subito promozione in B1 e l’anno dopo ancora promozione in A2. Infine sono approdata ad Albese dove ho giocato negli ultimi 2 anni, un anno di B1 con promozione e uno di A2».

C’è un ricordo particolare del periodo in Pro? Un episodio, una curiosità…
«Il primo anno, prima della finale regionale Under 14, l’allenatrice appese alla porta dello spogliatoio una foto di squadra con scritto “no time for losers”. Beh quella foto è ancora appesa nel mio armadio in cameretta a casa dei miei genitori».

Tra i tecnici avuti in Pro chi ha lasciato il “segno” maggiore nella tua crescita?
«Uno in particolare non c’è. Tutti gli allenatori che ho avuto nei 4 anni in Pro Patria mi hanno dato qualcosa di diverso, quindi sia Sonia Signoria che Massimiliano Grassadonio che Daniele Di vicino mi hanno fatto crescere come persona e come giocatrice. L’allenatore che mi ha allenata per più anni è stato Massimiliano. Ero anche più grande e consapevole del ruolo che stavo facendo, forse i passi avanti maggiori li ho fatti con lui».

Ci descrivi con tre aggettivi le tue compagne della Pro Patria di allora.
« Competitive, affamate, lavoratrici».

Cosa ti hanno lasciato sia a livello pallavolistico che umano gli anni in Pro Patria?
«Mi hanno insegnato a stare con i piedi per terra, a lavorare ed impegnarmi sempre al massimo.
Credo sia stata questa la mia forza in questi anni, non sono mai stata un fenomeno ma non ho mai mollato e mi sono sempre messa in competizione con me stessa. Mi ha insegnato a pormi sempre degli obiettivi e lavorare per ottenerli».

Poi hai spiccato il salto verso la serie A. Come è stato?
«Il salto è stato inaspettato, ero abituata ad allenarmi con le mie compagna in Under 18 e sono stata catapultata in serie A. Però è stato un sogno che si avverava».

La serie A. Era come te l’aspettavi o la sognavi o l’hai trovata diversa?
«Devo dire che l’ho trovato come me l’aspettavo. Anche se è sempre stato difficile vederlo come un lavoro, alla fine stavo solo giocando a pallavolo».

Come è stato prendere la decisione di smettere?
«E’ stata una decisione inevitabile, il lavoro che ho scelto dal prossimo anno mi porrà di fronte ad orari molto vari che non mi permettono di avere un impegno giornaliero al di fuori. Ho deciso di smettere totalmente e non di scendere di categoria perché alla fine in questi anni ho fatto
tantissimo con la pallavolo e con lo studio, mi è sempre piaciuto allenarmi ad alto livello e fare tutto con il massimo impegno. La pallavolo (come ho detto prima) mi ha insegnato a pormi degli obiettivi anche nel mondo del lavoro e il mio obiettivo ora è di crescere come medico e voglio farlo
al meglio».

E’ già passato del tempo da questa decisione anche se in effetti molto poco. Se ci sono, primi
rimpianti?
«Sicuramente la pallavolo mi mancherà tantissimo. Starò vicina ad Albese, non come atleta ma
come medico, quindi la pallavolo farà sempre parte della mia vita anche se in modo diverso.
Probabilmente ne sentirò la mancanza a fine agosto, quando vedrò tutte le mie ex compagne
riprendere la preparazione. Per ora mi sembra uno normale periodo post campionato».

Grazie Cate, per questa intervista, per quello che hai dato e, come tu stessa hai detto, continuerai a dare al
mondo della pallavolo.

 

 

#SiamoLaPro #WePlayTheFuture

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